La gonna è un indumento carico di letture contraddittorie. A seconda dell’epoca, del luogo o della lunghezza del tessuto, può significare pudore, provocazione, appartenenza religiosa o rifiuto di qualsiasi assegnazione. Interpretare il portare la gonna da parte delle ragazze implica districare diversi strati di significato, dal quadro giuridico francese ai codici di abbigliamento adolescenziali, passando per la storia dell’indumento stesso.
Quando l’istituzione qualifica la gonna: il caso della gonna lunga a scuola
Il dibattito francese sulla gonna non riguarda più solo la femminilità o la seduzione. Dall’inizio dell’anno scolastico 2023, l’amministrazione scolastica può considerare alcuni abiti di tipo abaya come manifestazione ostentata di un’appartenenza religiosa. Il Consiglio di Stato ha confermato questa possibilità nella sua decisione del 27 settembre 2024, n° 487944.
Questa qualificazione non si applica in modo automatico. Secondo l’analisi giuridica pubblicata il 19 settembre 2026 da Kohen Avocats, la lunghezza o l’ampiezza di una gonna non è sufficiente, da sola, a giustificare un’esclusione. Il carattere religioso deve essere stabilito da elementi oggettivi: dichiarazioni dell’alunno, comportamento durante il dialogo con l’istituzione, contesto di utilizzo.
Questo punto è spesso frainteso nel dibattito pubblico. Il Consiglio di Stato non ha stabilito che ogni gonna lunga fosse religiosa per natura. Ha considerato il contesto scolastico e le segnalazioni dei rettorati. Per interpretare il portare la gonna di un’alunna, l’istituzione deve prima avviare uno scambio, non applicare una sanzione meccanica.
Il dialogo con l’alunno rimane un passaggio obbligatorio prima di qualsiasi procedura disciplinare. Questo quadro giuridico dimostra che il significato di un indumento non è mai fissato una volta per tutte: dipende dallo sguardo che vi si posa e dal contesto in cui viene indossato.

Gonna corta, gonna lunga: due simboli opposti secondo lo sguardo sociale
La minigonna e la gonna lunga occupano due poli simbolici che la società francese non ha mai smesso di commentare. La prima è associata alla liberazione del corpo femminile dagli anni ’60. La seconda rimanda, a seconda dei contesti, al pudore religioso, a una scelta estetica bohémien o a una postura militante.
Ciò che colpisce è che entrambe le lunghezze sono regolarmente percepite come provocazioni. La gonna corta sarebbe troppo sessualizzata, la gonna lunga troppo coprente. In entrambi i casi, è il corpo delle ragazze a essere sottoposto a interpretazione.
La minigonna come marcatore generazionale
La minigonna ha conosciuto diverse ondate di adozione. Ogni generazione l’ha riappropriata con i propri codici. Tra le giovani ragazze, può significare appartenenza a un gruppo, conformità a una moda o semplice comfort estivo. Attribuirle sistematicamente un’intenzione di seduzione è più una proiezione esterna che una realtà vissuta.
La gonna lunga come spazio di ambiguità
La gonna lunga pone un problema di interpretazione più acuto. Può essere indossata per convinzione religiosa, per gusto di uno stile rétro, per adesione a una moda detta modesta (modest fashion) o semplicemente perché piace. Nessun indumento porta in sé un messaggio univoco. È la combinazione dell’indumento, del contesto e del discorso di colei che lo indossa a produrre significato.
Portare la gonna tra le adolescenti: codici di gruppo e affermazione individuale
Tra le studentesse delle scuole medie e superiori, la scelta dell’abbigliamento risponde a logiche che vanno oltre la moda nel senso commerciale del termine. L’indumento serve a segnare un’appartenenza, a testare identità, a distinguersi o a fondersi in un gruppo.
Le sfide di abbigliamento collettive illustrano bene questo meccanismo. Venire in gonna in un giorno specifico, scegliere lo stesso colore tra amiche: queste pratiche costruiscono una solidarietà di gruppo attraverso l’aspetto. Questo fenomeno non è nuovo e non riguarda solo una comunità o un solo ambiente sociale.
Diversi fattori influenzano la scelta di indossare o meno una gonna in adolescenza:
- La pressione del gruppo di pari, che può incoraggiare tanto il portare la gonna quanto dissuaderne a seconda delle norme locali della scuola media o superiore.
- Il rapporto con il corpo in piena trasformazione, che spinge alcune ragazze a preferire indumenti larghi o, al contrario, a affermare la propria silhouette.
- Il contesto familiare e culturale, che trasmette codici di abbigliamento talvolta in disaccordo con quelli dell’ambiente scolastico.
L’abbigliamento adolescenziale funziona come un linguaggio sociale, non come una dichiarazione ideologica fissa. Ridurre il portare la gonna a un solo messaggio significa ignorare questa complessità.

Simbolo di femminilità o assegnazione di genere: la gonna come terreno di tensione
La gonna rimane, in Occidente, un indumento prevalentemente femminile. Questa associazione non ha nulla di naturale. In altre culture e in altre epoche, indumenti simili erano indossati dagli uomini. Il kilt scozzese o il pagne egiziano ne sono esempi noti.
Il fatto che la gonna sia percepita come femminile in Francia ha conseguenze concrete. Le ragazze che la indossano a volte si vedono attribuire intenzioni (seduzione, sottomissione, provocazione) che nessuno attribuirebbe a un pantalone. Non è l’indumento a essere significativo, è il sistema di norme che lo circonda.
Iniziative come la Giornata della gonna, promossa da istituti scolastici, hanno tentato di ribaltare questo simbolo. L’idea era di far indossare la gonna a tutti gli alunni, compresi i ragazzi, per interrogare l’assegnazione di genere legata all’indumento. I riscontri sul campo riguardo a queste operazioni divergono: alcuni vi vedono un leva di sensibilizzazione, altri un’azione simbolica senza effetti duraturi.
La gonna rimane un oggetto su cui si proiettano aspettative sociali, religiose e politiche che superano di gran lunga la scelta individuale di colei che la indossa. Qualsiasi interpretazione che pretenda di fissare un significato unico, che si tratti di liberazione o di sottomissione, perde una parte del quadro.



